I ricordi digitali non pesano. Ed è questo il problema.

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Tra rullini, cassette e cloud: cosa stiamo perdendo quando affidiamo tutta la memoria a uno schermo

Sono nato il 26 giugno 1983, in un’epoca in cui i ricordi avevano un peso vero. Non è una metafora: avevano davvero un peso. C’erano i rullini fotografici da 35 mm, da portare a sviluppare senza sapere fino in fondo cosa ci fosse venuto dentro. Ogni vacanza significava tornare a casa con rullini, fotografie sfuocate, immagini bruciate, occhi chiusi, dita davanti all’obiettivo. Eppure andavano bene lo stesso. Anzi, forse erano proprio quelle imperfezioni a renderle nostre.

Quando i ricordi occupavano spazio

C’erano anche le telecamere. Quelle con il nastro magnetico. Le mini cassette, infilate nell’adattatore VHS del videoregistratore, che ogni tanto si inceppavano proprio sul più bello. Bastava un attimo, e il ricordo si fermava lì, sospeso, con quella sua fragilità così umana. Ogni vacanza lasciava dietro di sé qualcosa di concreto: fotografie stampate in formato 10×15, scatole, buste, cassette, cassetti pieni. I ricordi occupavano spazio in casa, ma anche nello sguardo. Restavano lì, visibili, quasi a ricordarci che la vita era davvero passata da quelle stanze, da quelle estati, da quei volti. Oggi invece conserviamo tutto, ma tocchiamo sempre meno.

I ricordi dei bambini non dovrebbero vivere solo in uno schermo

Forse è questo che mi colpisce di più. I primi passi di un figlio, un compleanno, una risata improvvisa, una vacanza al mare, una mano piccola che stringe la nostra: oggi finiscono quasi sempre dentro un telefono. Li registriamo, li accumuliamo, li archiviamo. Ma raramente li facciamo diventare presenza. Eppure i ricordi dei bambini dovrebbero avere una casa vera. Dovrebbero poter essere ritrovati tra vent’anni in una scatola un po’ consumata, dentro un album, in una videocassetta dimenticata in fondo a un armadio. Dovrebbero avere polvere addosso, angoli piegati, il segno del tempo. Perché un ricordo dell’infanzia non è solo un file da aprire. È qualcosa che dovrebbe far tremare le mani quando lo ritrovi. E forse questa domanda tocca anche un tema che attraversa altri miei articoli: essere bambini è una cosa seria, anche nel modo in cui decidiamo di custodire la loro memoria.

Il disordine che raccontava la nostra vita

Quelle foto e quelle cassette sono ancora lì. Magari messe male, in disordine, infilate in un cartone o in un cassetto. Ma ci sono. E quel disordine, in fondo, racconta molto più di quanto sembri. Racconta la nostra vita vera. Gli anni che passano. Le case cambiate. Le cose conservate “perché non si sa mai”. Le estati finite troppo in fretta. Le persone che c’erano ancora. Quando tiro fuori quelle fotografie non ho bisogno di una password. Non devo sperare che il cloud funzioni. Non devo liberare memoria. Non devo temere che un account venga bloccato, che un hard disk si rompa o che un telefono sparisca. Sono lì. Materialmente lì.

L’illusione della memoria infinita

Oggi paghiamo per conservare ricordi che non occupano spazio. Li affidiamo a piattaforme, backup, abbonamenti, archivi digitali. Abbiamo migliaia di foto, centinaia di video, una quantità enorme di memoria disponibile. Eppure, paradossalmente, ricordiamo meno. Perché una volta una fotografia era una scelta. Oggi è spesso un gesto automatico. Scattiamo tutto, conserviamo tutto, ma riguardiamo pochissimo. E quello che non si riguarda, lentamente, smette anche di appartenere alla nostra vita. In fondo è una contraddizione che dialoga anche con una domanda più ampia che ho già affrontato altrove: a cosa serve fare arte oggi, se non anche a salvare il gesto umano dal consumo veloce e dall’accumulo senza memoria?

Ricordare è anche toccare

Il problema non è la tecnologia. Non è nemmeno nostalgia. È che forse abbiamo confuso il conservare con il ricordare. Ricordare è un gesto più lento, più fisico, più profondo. Vuol dire tornare, fermarsi, toccare una foto, girarla, leggere una data scritta dietro, rivedere un volto e sentire, per un attimo, che il tempo non è passato invano. Per questo continuo a pensare che certi ricordi, soprattutto quelli più importanti, non dovrebbero vivere soltanto in uno schermo. Perché un file si archivia. Una fotografia si ritrova. E tra queste due cose, forse, c’è tutta la differenza tra immagazzinare la vita e custodirla davvero.

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Angelo Gregorio is a jazz musician, composer and artistic director based in Brussels, developing projects at the intersection of music, research and cultural dissemination.

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