Leggere ai propri figli e scoprire di non essere più gli stessi

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Un libro, una sera, e quel confine sottilissimo tra essere figli, essere genitori e restare umani

Il rito della sera

C’è un momento della giornata che non fa rumore. Arriva piano, quando la luce si abbassa, le voci si fanno più lente e la casa cambia ritmo. È il momento in cui i bambini sono nei loro letti e aspettano una storia. Io prendo sempre una piccola sediolina colorata, mi siedo in una posizione scomoda — sempre quella — e inizio a leggere. Non è solo una storia. È un rito.

Un libro che non riesco a leggere senza fermarmi

Tra tutti i libri, ce n’è uno che ritorna spesso: Che cos’è un bambino? di Beatrice Alemagna. Ogni volta penso di essere pronto, ogni volta mi sbaglio. Ieri sera, dopo aver letto altre storie, sono arrivato a quello. Dopo poche pagine ho provato a controllare il pianto. Non ci sono riuscito.

“Papà, ti sei emozionato?”

I miei figli mi guardavano dai loro letti. “Papà, ti sei emozionato?” Ho risposto sì. Ma nella mia testa stavo pensando un’altra cosa: un giorno non avrò più anche voi così. E questa è una frase che non si dice. Non ai bambini. Forse nemmeno a se stessi.

Il punto in cui qualcosa si rompe

C’è una pagina, in quel libro, che ogni volta mi attraversa. Quando dice che i bambini cresceranno, che non andranno più a scuola ma al lavoro, che forse saranno felici, forse avranno la barba. È una frase semplice, ma dentro c’è tutto: il tempo che passa, il distacco inevitabile, la trasformazione. E soprattutto la fine silenziosa di questo momento. Eppure, adesso, non importa. E allora succede una cosa strana. Ti rendi conto che tutto quello che immagini — il futuro, la crescita, la distanza — non ha nessuna importanza in quel preciso istante. Perché i bambini, adesso, hanno bisogno solo di questo: degli occhi dei grandi e di una lucina vicino al letto. Nient’altro.


E forse è proprio qui che ci accorgiamo che non tutto serve a “risolvere”, come ho scritto anche in “L’arte non guarisce”.

Essere bambini è una cosa seria


Forse abbiamo completamente frainteso cosa significa essere bambini. Pensiamo sia una fase, un passaggio, qualcosa che “serve per diventare altro”. Come se fosse solo un ponte verso la vita vera. Ma forse è il contrario. Forse essere bambini è già una forma piena, completa, profondamente autentica di esistenza. Un modo di stare al mondo senza filtri, senza strategie, senza bisogno di dimostrare nulla. Forse è il momento in cui si guarda davvero, in cui si ascolta senza distrazioni, in cui ogni cosa ha un peso reale. E noi adulti passiamo il resto della vita a cercare di ricordarcela, quella verità semplice che abbiamo perso lungo la strada, sostituendola con urgenze, ruoli e abitudini che spesso ci allontanano da ciò che conta davvero.


Forse anche per questo continuiamo a confondere ciò che è essenziale, proprio come ho provato a raccontare in “Arte o ispirazione? Cosa abbiamo dimenticato del significato di ars”

Il confine sottile

Leggere una storia la sera è stare su un confine. Tra chi sei stato e chi sei diventato, tra tuo padre e te stesso, tra il bambino che eri e quello che stai accompagnando. E in mezzo, per un attimo, succede qualcosa di rarissimo: non sei solo un adulto, non sei solo un genitore. Sei entrambe le cose. E sei fragile.

Forse è questo, alla fine Forse essere genitori non è insegnare qualcosa. È accorgersi, ogni tanto, che mentre leggi una storia sei tu quello che sta imparando. E che essere bambini — ancora oggi — è forse la cosa più bella del mondo.


Questa sensazione di fragilità, in fondo, non è così lontana da quella di cui ho scritto in “Tenera illusione dell’artista: creare musica oggi”.

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Angelo Gregorio is a jazz musician, composer and artistic director based in Brussels, developing projects at the intersection of music, research and cultural dissemination.

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Il fascismo voleva orientare l’ascolto degli italiani attraverso radio, dischi e case discografiche. Eppure proprio EIAR, CETRA, FONIT e i cataloghi musicali diventarono anche i canali attraverso cui il jazz continuò a circolare, trasformarsi e sopravvivere.
Il fascismo non fu subito contro il jazz: prima lo ascoltò, lo ballò e provò a usarlo. Ma quella musica afroamericana portava con sé una libertà che nessuna propaganda poteva davvero controllare.
Il blues non nasce solo dal dolore, ma dal momento in cui una voce smette di confondersi nel coro e comincia a raccontare una vita.

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