Partendo dalla prefazione di Alessandro Greco a ARS, provo a mettere a fuoco una domanda che oggi riguarda tutti.
Prima di tutto voglio ringraziare Alessandro Greco (presidente della Società Dante Alighieri di Liegi, responsabile PLIDA per Liegi, e docente/chargé d’enseignement all’Università di Liegi ISLV) per la prefazione che ha scritto per ARS. A cosa serve fare arte oggi? L’ho apprezzata perché non ha semplificato il libro e non ne ha addolcito i punti più scomodi. Ha fatto una cosa più rara: ha riconosciuto davvero il cuore della domanda che attraversa questo lavoro.
Quando tutto deve servire
Ci sono domande che sembrano innocenti solo perché le sentiamo ripetere continuamente. Una di queste è: a cosa serve l’arte? Il problema è che spesso questa domanda contiene già una sentenza. Perché lascia intendere che qualcosa abbia valore solo se produce un risultato chiaro, rapido, misurabile. E allora il punto non è più soltanto l’arte. Il punto è il modo in cui oggi stiamo giudicando tutto. La scuola deve dimostrare utilità immediata, la cultura deve giustificarsi, perfino il tempo libero sembra dover diventare produttivo. In questo clima, anche l’arte finisce sotto processo.


Né salvezza né irrilevanza
Molto spesso l’arte viene trattata in due modi opposti e ugualmente sbagliati: o come medicina miracolosa, capace di guarire tutto, oppure come lusso marginale, qualcosa di bello ma secondario. La prefazione di Greco coglie bene un punto centrale del mio libro: non accetto nessuna di queste due scorciatoie. Non dico che l’arte salvi il mondo, ma non accetto neppure che venga considerata superflua. È proprio in questa tensione che per me si gioca il discorso più importante.
L’arte non guarisce
C’è una frase a cui tengo molto e che Greco ha avuto il merito di riconoscere senza smussarla: l’arte non guarisce, non salva, non risolve. È una frase dura, ma necessaria. L’arte non ferma una guerra, non cancella un’ingiustizia, non rimette in piedi da sola ciò che una società ha distrutto. Però questo non significa che non conti. Significa che il suo senso va cercato altrove. L’arte non risolve il dolore, ma può dargli una forma. Non elimina il caos, ma può impedirgli di diventare solo rumore. Questo nodo dialoga chiaramente anche con l’articolo in cui scrivevo che l’arte non guarisce e proprio per questo va liberata da una retorica troppo facile.


Il vero bersaglio è l’utilità
La cosa interessante è che la prefazione non si limita a leggere un libro sull’arte. Riconosce che il libro mette in discussione il nostro modo di guardare il valore. Perché facciamo così fatica ad accettare che qualcosa possa avere senso senza produrre un effetto immediato? Perché ci mette a disagio ciò che non si lascia trasformare subito in prestazione, rendimento, visibilità? In questo senso, il problema non è l’arte. Il problema è il criterio con cui stiamo misurando tutto. E questa non è una questione per addetti ai lavori. Riguarda insegnanti, genitori, studenti, artisti, ma anche chiunque senta che una società ossessionata dal risultato rischia di diventare più efficiente e meno umana.
L’artista non è un eletto
Un altro aspetto che mi ha fatto piacere ritrovare nella prefazione è il modo in cui Greco ha letto la figura dell’artista presente nel libro. Non come genio separato dagli altri, ma come qualcuno che si assume una responsabilità. Qualcuno che lavora sulle forme, sui limiti, sulla disciplina, senza fingere di avere risposte finali. Per me questo è essenziale. È una linea che avevo già toccato anche in altri articoli del Journal, quando parlavo di ars come lavoro, tecnica e costruzione, oppure di quella tenera illusione dell’artista che troppo spesso confonde la vocazione con una posa.
La sfumatura di Camus
C’è poi una sfumatura più sottile, ma per me molto importante, che Greco ha colto bene: quella camusiana. L’arte non nasce perché il mondo è chiaro e risolto. Nasce anche perché il mondo resta opaco, incompleto, contraddittorio. Per questo non esiste per spiegare tutto o per tranquillizzarci. Esiste anche per aiutarci ad abitare meglio ciò che non riusciamo a risolvere del tutto. Mi ha colpito che Greco abbia riconosciuto questa linea senza trasformarla in un semplice ornamento colto.
Il punto limite di Terezín
Tra i passaggi del libro che Greco mette in evidenza, c’è anche quello su Terezín. È un punto a cui tengo molto, non perché alzi il tono del discorso, ma perché impedisce di parlare dell’arte per slogan e sopratutto perchè proprio su Terezin nel 2022 ho effettuato una profonda ricerca e dato vita ad un progetto che porta il nome di Jazz & Shoah. Davanti a certe soglie, non reggono né la retorica della salvezza né quella dell’inutilità. Lì diventa chiaro che il senso dell’arte non sta nel risolvere l’irrisolvibile, ma nel mantenere una forma di presenza umana anche dove tutto sembra spingere verso la dissoluzione.


Una domanda che resta aperta
La cosa che più mi interessa è che tutto questo non venga letto come un discorso solo per artisti. Riguarda chiunque avverta che stiamo perdendo il contatto con ciò che non produce un vantaggio immediato ma rende una vita più abitabile. Ed è per questo che la prefazione di Greco mi sembra preziosa: perché non ha reso il libro più rassicurante, ma ne ha riconosciuto la tensione vera. Alla fine, la domanda resta. Ma forse cambia forma. Non più soltanto: a cosa serve l’arte? Piuttosto: che cosa stiamo perdendo, se riconosciamo valore solo a ciò che produce un risultato immediato?
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