A volte l’educazione non comincia da una lezione, ma da una soglia lasciata libera. Una porta aperta può diventare il primo gesto di fiducia, il primo invito a entrare in una parte di sé che non si conosceva ancora.
La scuola non è solo quello che accade in classe
Insegno musica da più di dieci anni. Non una materia qualunque, almeno per me. Insegno ciò che amo di più al mondo e ho scelto di farlo nella scuola secondaria perché credo che proprio lì possano accadere cose decisive. Non voglio dire che altrove non succeda. Però nella scuola secondaria, forse più che in altri luoghi, i ragazzi hanno bisogno di essere ispirati, provocati, accompagnati verso mondi che ancora non conoscono. Hanno bisogno di incontrare culture nuove, musiche nuove, strumenti nuovi, ma soprattutto possibilità nuove. A undici o dodici anni non si sa ancora davvero chi si è. E forse è proprio questo il punto: la scuola dovrebbe servire anche a lasciare aperta qualche domanda. Una riflessione che dialoga con il nodo già affrontato in L’arte non guarisce, ma può ancora servire a qualcosa?: non chiedere all’arte di risolvere tutto, ma riconoscerle la forza di aprire uno spazio.
Una porta aperta è già un metodo educativo
Durante la ricreazione e la pausa pranzo, la porta della mia classe è quasi sempre aperta. Non per caso. La tengo aperta perché credo che l’educazione non passi soltanto dai programmi, dalle verifiche o dagli obiettivi didattici. Passa anche da una soglia non sorvegliata con diffidenza, da uno spazio dove si può entrare senza sentirsi immediatamente giudicati. Io sono una persona entusiasta di quello che fa. Sorrido spesso, non perché debba sorridere, ma perché sono fatto così. Insegno per passione, non perché abbia ripiegato su un lavoro che non mi piaceva. La vita, in questo, mi ha assistito. Quindi provo a fare il mio lavoro come se fosse una delle cose più preziose al mondo. Perché, di fatto, lo è.
Entrare per scoprire qualcosa di sé
Quando una porta resta aperta, succede una cosa semplice e rivoluzionaria: qualcuno entra. A volte entra il ragazzo più curioso, altre volte quello più timido. A volte chi non ha mai osato chiedere nulla in classe, ma durante la pausa trova il coraggio di domandare: “Posso provare il pianoforte?”. Oppure: “Mi insegna la batteria?”. Oppure ancora: “Posso cantare?”. Nella mia aula ho la fortuna di avere diversi strumenti, ma gli strumenti da soli non bastano. Serve un clima. Serve il permesso implicito di provare. Serve la possibilità di sbagliare senza sentirsi ridicoli. Infatti, una porta aperta non è soltanto un accesso fisico. È un messaggio: puoi entrare, puoi tentare, puoi non sapere ancora. Qui torna anche il tema di Leggere ai propri figli non è solo leggere: certi gesti educativi non sembrano enormi mentre accadono, eppure possono diventare una forma silenziosa di presenza.
A volte si entra per chiudere altre porte
Mi piace pensare che quella porta aperta permetta, a volte, di chiudere altre porte. Porte più pesanti. La paura di esporsi. La vergogna di sbagliare. L’idea di non essere portati. La convinzione che la musica sia una cosa per pochi, per quelli bravi, per quelli che hanno già iniziato da piccoli. Eppure basta poco per incrinare queste convinzioni: un ritmo sulla batteria, due accordi al pianoforte, una voce che parte incerta e poi trova il gruppo. Entrando in una classe di musica, qualcuno può scoprire una parte di sé che non sapeva di avere. Non diventerà necessariamente musicista, e non è questo il punto. Il punto è capire che si può osare, che si può abitare un gesto nuovo, che si può essere più grandi della propria timidezza. È lo stesso terreno su cui nasce la domanda di A cosa serve l’arte oggi?: forse l’arte non serve a produrre risposte immediate, ma a rendere possibile un movimento interiore.
La magia non l’ho creata io
Oggi è successo di nuovo. Durante la pausa, un gruppo di allievi curiosi è entrato in classe. Una ragazzina mi ha chiesto se potevo insegnarle a suonare la batteria. Le ho mostrato un pattern semplice, basico, di quelli che sembrano niente e invece aprono un mondo. Poi è entrato un altro ragazzo e ha detto: “Io voglio cantare”. Poco dopo ne sono arrivati altri. Tre, quattro, forse di più. Alla fine hanno cantato insieme Diamonds di Rihanna. Io mi sono messo al pianoforte. Ho accompagnato, ho sostenuto, ho dato una cornice. Però la magia non l’ho creata io. L’hanno creata loro.
L’insegnante non accende sempre la luce
Questa è forse una delle cose più difficili da accettare per chi insegna: non siamo sempre noi a generare ciò che accade. A volte dobbiamo solo predisporre lo spazio, restare presenti, non occupare tutto, non trasformare ogni gesto in una lezione. La scuola parla spesso di competenze, valutazioni, griglie, obiettivi. Sono strumenti importanti, certo. Però c’è una parte dell’educazione che non entra facilmente in una tabella. È quella che accade quando un ragazzo entra durante la pausa e prova a cantare davanti agli altri, quando una ragazza si siede alla batteria senza sapere ancora se ne sarà capace, quando un gruppo improvvisato, invece di disperdersi, si ascolta. Forse educare significa anche questo: non accendere sempre la luce al posto degli altri, ma lasciare una stanza aperta perché qualcuno trovi il coraggio di entrarci.
Forse una scuola comincia davvero quando qualcuno osa entrare
Alla fine, lasciare la porta aperta è un gesto semplice. Non costa nulla. Non richiede grandi riforme, grandi slogan, grandi dichiarazioni pedagogiche. Richiede presenza, fiducia e un po’ di coraggio. Perché una porta aperta espone anche l’insegnante: all’imprevisto, al disordine, alla richiesta inattesa, alla vita che entra quando non era prevista. Però è proprio lì che, a volte, la scuola smette di essere soltanto un edificio e diventa un luogo. Un luogo dove una ragazzina può scoprire un ritmo, un ragazzo può trovare la voce, un gruppo può cantare insieme e un insegnante può ricordarsi perché ha scelto questo mestiere.