LE PAROLE TRADITE (PARTE 2): FELICITÀ, LIBERTÀ, FRATERNITÀ, PACE, PIANETA

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Non è il mondo che è cambiato. È il modo in cui non ci fidiamo più di viverlo.

C’è un filo invisibile che tiene insieme queste parole. Non è una legge, non è un principio morale. È la fiducia. È la fiducia che permette alla felicità di non diventare una vetrina, alla libertà di non ridursi a un elenco di opzioni, alla fraternità di non trasformarsi in difesa, alla pace di non restare una parola da cerimonia, al pianeta di non essere trattato come qualcosa da consumare. Ma è anche la prima cosa che si rompe. Quando la fiducia c’è, queste parole orientano. Quando manca, restano lì — ma cambiano funzione. Diventano altro. E allora la domanda non è più cosa significano, ma cosa resta di loro quando smettiamo di crederci.

Questa riflessione nasce anche da una suggestione ricevuta leggendo il lavoro di Venanzio Postiglione, che ringrazio per aver acceso uno sguardo su parole che diamo troppo spesso per scontate. Non ho voluto seguirne la struttura né le conclusioni, ma mi ha lasciato addosso una domanda che continua a tornare: cosa accade alle parole quando smettiamo di fidarci abbastanza da viverle?

FELICITÀ: PIÙ ACCUMULI, PIÙ SEMBRI FELICE. PIÙ SEMBRI FELICE, PIÙ TI SVUOTI.

Abbiamo imparato a confondere la felicità con ciò che si vede, non con ciò che si vive. Si accumula: esperienze, viaggi, oggetti, momenti da condividere. Più si accumula, più si costruisce un’immagine coerente: una vita piena, riuscita, felice. Ma sotto questa costruzione cresce spesso qualcosa di opposto, un vuoto costante, quasi divorante. Non è solo una sensazione: il World Happiness Report mostra che tra i giovani il benessere è sempre più legato alla qualità delle relazioni e alla fiducia, mentre un uso intensivo dei social è associato a livelli più bassi di soddisfazione della vita. In alcuni paesi occidentali, inoltre, proprio le fasce più giovani registrano un calo significativo del benessere percepito negli ultimi anni, nonostante l’aumento delle possibilità e delle risorse. Allora la domanda è brutale: se per sentirti felice hai bisogno che qualcuno lo veda, sei ancora felice… o stai solo gestendo la tua immagine?

Questo meccanismo si avvicina molto a quello che ho già osservato in Tenera illusione dell’artista: creare musica oggi, dove il confine tra ciò che si vive e ciò che si deve mostrare diventa sempre più sottile.

LIBERTÀ: TUTTO È POSSIBILE. MA CHI STA DAVVERO SCEGLIENDO?

Viviamo nel tempo delle possibilità infinite: puoi dire tutto, fare tutto, essere tutto. Eppure qualcosa non torna, perché più aumentano le possibilità, più cresce la sensazione di non essere davvero liberi. Il dibattito europeo su controllo dei contenuti, algoritmi e piattaforme — riportato anche da ANSA — mostra che la libertà oggi non è solo una questione di diritti formali, ma di strutture invisibili che orientano ciò che vediamo, ciò che scegliamo e ciò che pensiamo di scegliere. Non è censura, è qualcosa di più sottile: un’architettura che indirizza. Continuiamo a dire “posso scegliere”, ma scegliere cosa, e soprattutto quanto? Perché la libertà richiede fiducia: nell’incertezza, nella responsabilità, nel fatto che scegliere abbia senso anche senza garanzie. Quando questa fiducia manca non smettiamo di scegliere, smettiamo di decidere. Allora la domanda diventa inevitabile: sei libero perché puoi scegliere… o stai solo scegliendo dentro qualcosa che ha già scelto per te?

Una riflessione che si intreccia anche con Chi decide cosa significa essere colti?, dove il tema della libertà si lega direttamente a quello dell’influenza e del controllo culturale.

FRATERNITÀ: IL LEGAME CHE SI ROMPE APPENA L’ALTRO DIVENTA UN BERSAGLIO

La fraternità è forse la parola più fragile tra quelle grandi. Libertà e uguaglianza hanno trovato costituzioni, leggi, rivendicazioni, lessici politici. La fraternità no. Perché non si decreta: si pratica. E si pratica solo se esiste una fiducia minima nel fatto che l’altro non sia sempre e soltanto una minaccia. In questi giorni lo si è visto perfino nel rapporto tra politica e autorità morale. Donald Trump ha attaccato frontalmente Papa Leone XIV, definendolo “debole” e “pessimo in politica estera”, arrivando secondo Repubblica a sostenere che senza di lui non sarebbe Papa, mentre il pontefice ha risposto di non avere paura e di continuare a parlare contro la guerra. Il punto non è prendere partito in una polemica personale. Il punto è chiedersi cosa accade a una società quando anche le figure simboliche vengono trattate come bersagli da demolire e non come interlocutori da contestare. Quando il linguaggio si denigra, anche la fraternità si restringe. E se non riusciamo più nemmeno a dissentire senza umiliare, che cosa resta del “noi”? 

È lo stesso scarto che emerge anche in L’arte non guarisce, dove il linguaggio smette di unire e inizia lentamente a separare.

PACE: NE PARLIAMO OVUNQUE. NON LA VEDIAMO DA NESSUNA PARTE.

La pace è ovunque nel linguaggio e sempre più assente nella realtà. Ucraina, Iran, Medio Oriente, Europa: i conflitti non sono solo aperti, sono normalizzati, entrano nel flusso quotidiano delle notizie e scorrono fino a diventare quasi rumore di fondo. E nel frattempo continuiamo a dire “pace”, anche quando diventa una parola usata per dichiarare, per posizionarsi, per apparire. Negli anni Donald Trump ha rivendicato un ruolo nei processi di pace arrivando a evocare il Nobel, ma la domanda non è su di lui, è su di noi. Su quanto questa parola sia diventata qualcosa che si dice ma non si costruisce. Perché la pace non si rompe con la guerra, si rompe prima: nel linguaggio, nel modo in cui gestiamo il conflitto, nel modo in cui reagiamo. Allora la domanda non è “dov’è la pace”, ma: siamo ancora capaci di costruirla… o solo di nominarla?

In fondo è la stessa crisi di senso che attraversa anche Arte o ispirazione? Cosa abbiamo dimenticato del significato di ars, dove il fare perde progressivamente il suo legame con il significato.

PIANETA: SAPPIAMO TUTTO. NON CAMBIAMO NIENTE.

Sul pianeta sappiamo tutto: dati, numeri, scenari, previsioni. Dal Club di Roma agli studi sul clima, la consapevolezza non manca. Eppure non basta, perché il problema non è solo l’informazione: è la fiducia. Fiducia nel fatto che agire serva, nel fatto che il futuro esista davvero, nel fatto che rinunciare oggi abbia senso domani. In questi giorni lo abbiamo visto anche nello sguardo di chi è tornato dallo spazio profondo: l’equipaggio di Artemis II, rientrato il 10 aprile dopo aver volato attorno alla Luna, ha riportato sulla Terra immagini che hanno rimesso il nostro pianeta al centro, piccolo, distante, vulnerabile. NASA ha diffuso anche la fotografia di un “Earthset”, la Terra che scompare dietro il profilo lunare, mentre AP ha raccontato il clima del rientro come un momento segnato anche da “pace e auguri per il nostro pianeta Terra”. Ma il punto è proprio questo: abbiamo bisogno di andare fin quasi alla Luna per ricordarci che la Terra non è un fondale, è una casa? Quando questa fiducia manca emerge una frase silenziosa ma devastante: “tanto è inutile”. Ed è lì che si rompe tutto. Non perché non sappiamo, ma perché non crediamo più che valga la pena. Allora la domanda è questa: se perfino guardando la Terra da così lontano torniamo a commuoverci, perché da vicino continuiamo a trattarla come se fosse inesauribile?  

È una domanda che attraversava già la prima parte di questa riflessione, dedicata a democrazia, talento, misura, parità e verità, e che qui trova una sua continuità.

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Angelo Gregorio is a jazz musician, composer and artistic director based in Brussels, developing projects at the intersection of music, research and cultural dissemination.

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