C’è un momento, ogni anno, in cui Bruxelles rallenta il suo respiro internazionale e si lascia attraversare da qualcosa di più intimo, più antico, quasi sospeso nel tempo.
È la Domenica delle Palme.
E da quasi dieci anni, insieme alla Corale italiana della parrocchia di San Bonifacio, abbiamo l’onore di animare questa celebrazione nella maestosa Cattedrale dei Santi Michele e Gudula.
Prima di raccontarLe il momento che più mi emoziona — quel dialogo sospeso tra sassofono e organo durante il Vangelo della Passione — sento il bisogno di fare un passo indietro. Di raccontare da dove tutto è iniziato.
Una cattedrale, mille storie
La cattedrale che accoglie questa celebrazione non è solo uno spazio liturgico. È un luogo carico di storia. Costruita tra il XIII e il XV secolo in stile gotico brabantino, la Cattedrale dei Santi Michele e Gudula è uno dei simboli più forti della città. Qui si sono svolti matrimoni reali, celebrazioni nazionali, momenti chiave della storia belga. Ma c’è un dettaglio che amo particolarmente: il grande organo, che domina lo spazio e che, nei secoli, ha accompagnato generazioni di fedeli e musicisti.
È proprio lì che, ogni anno, il suono prende vita.



La nascita di una comunità
Il mio viaggio a Bruxelles è iniziato nel 2009, con un Erasmus che doveva essere temporaneo. Non lo è stato.
Dopo poco tempo, però, mi sono reso conto di qualcosa: mancava la famiglia. Mancava quel calore umano fatto di condivisione, di lingua, di gesti riconoscibili. Quel senso di appartenenza che non esclude, ma anzi si rafforza nel confronto con le altre culture.
Perché Bruxelles è così: più la vivi, più capisci quanto la tua identità si arricchisce attraverso quella degli altri.
È stato frequentando la piccola parrocchia di San Bonifacio — dove ancora oggi, ogni domenica alle 18:00, si celebra la messa in italiano — che qualcosa ha iniziato a muoversi dentro di me.
Quel giorno, il Vangelo parlava dei talenti.
E alla fine della celebrazione, senza conoscere ancora bene Padre Robert, mi sono avvicinato e gli ho chiesto: “Posso provare a creare una corale?” Mi guardò con un sorriso scettico, quasi divertito: “Se hai queste energie… fai pure.” Era il 2012. E da allora, quella scintilla non si è mai spenta.
Una corale che cresce
Da quel momento, ogni domenica la Corale ha animato la messa. Abbiamo cantato, costruito, registrato un album. Abbiamo fatto cantare grandi e piccoli. Ma soprattutto abbiamo costruito qualcosa di più importante: una comunità.
Un luogo dove ritrovarsi. Un luogo dove sentirsi a casa. Oggi non sono più io a dirigerla — i miei impegni professionali mi hanno portato altrove — ma la Corale è ancora lì. Viva. Presente. Necessaria. Nel cuore del quartiere africano di Bruxelles, continua a far risuonare un’identità che non si chiude, ma dialoga.
L’incontro delle voci
Con il tempo, la Corale è diventata un punto di riferimento. E così, già dal 2013, siamo stati invitati ad animare anche la Domenica delle Palme in cattedrale. Per questa occasione, la Corale di San Bonifacio si unisce alla comunità di Santa Alix, formando un coro più grande, più potente, più simbolico.
Oggi diretto con sensibilità e visione da Dario e Valentina, accompagnato da musicisti e dall’organista Xavier. È un momento in cui le voci si moltiplicano, ma il messaggio resta uno solo: comunità.



Il momento in cui tutto si ferma
E poi arriva quel momento. Quello che, ogni anno, mi attraversa. Durante il Vangelo della Passione, il tempo cambia. Il respiro si fa più lento. E lì, tra le colonne gotiche e la luce filtrata dalle vetrate, il suono dell’organo incontra il sassofono. Due mondi. Due linguaggi.
La sacralità e la vita. L’organo, con la sua profondità antica. Il sassofono, con la sua voce umana, fragile, imperfetta. Per me, quel sassofono è stato tutto: valigia, separazione, scoperta, dolore, forza.
E ogni anno, mentre suono, torno a quel momento iniziale. A quel Vangelo dei talenti. A quella domanda fatta quasi per caso. A quella scintilla che, in realtà, era già pronta a diventare fuoco.


Una fiamma che continua
Dal 2013, ogni Domenica delle Palme, ho l’onore di vivere questo momento. Di emozionarmi. Di ricordare. Ma soprattutto di vedere quella fiamma passare di mano in mano.
A chi c’era. A chi c’è. A chi verrà.
Perché alla fine, forse, il vero talento non è quello che possediamo. Ma quello che riusciamo a condividere.