Il prossimo appuntamento della rassegna Mercoledì in Jazz, organizzata dal Belgian Italian Jazz Festival in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles e, per questa data, con il sostegno del Consolato Generale d’Italia a Bruxelles, sarà dedicato a due figure centrali del linguaggio bebop: Sonny Stitt e Massimo Urbani.
La conferenza concerto si terrà mercoledì 8 aprile.
Questo progetto nasce dall’esigenza di andare oltre il formato tradizionale del concerto, creando uno spazio in cui la musica possa essere ascoltata, raccontata e compresa. Le Concert Lectures uniscono esecuzione dal vivo e narrazione, offrendo al pubblico strumenti per entrare nel linguaggio del jazz in modo più consapevole.
In questo percorso ricopro il ruolo di direttore artistico e relatore, con l’obiettivo di costruire un ponte tra esperienza musicale e riflessione.

Parlare di Sonny Stitt significa confrontarsi con uno dei musicisti più solidi e, allo stesso tempo, più “esigenti” del bebop.
Un aneddoto raccontato dal pianista Richie Beirach è molto chiaro in questo senso.
Beirach si trovava a New York a suonare con la band di Stan Getz, insieme a Jack DeJohnette e Dave Holland. A un certo punto entra nel club Sonny Stitt, già anziano, con il sassofono in spalla, probabilmente dopo aver finito un altro concerto.
Come si faceva spesso all’epoca, Stan Getz propone alla band di invitarlo sul palco. Beirach accetta senza problemi. Getz però lo mette subito in guardia: “Stai attento, perché Sonny salirà sul palco e ti testerà. Chiamerà un brano a un tempo velocissimo e in una tonalità molto difficile.”
Stitt sale sul palco, guarda Beirach dritto negli occhi e senza dire nulla chiama All the Things You Are in fa diesis, una tonalità estremamente scomoda per questo standard, che normalmente viene suonato un semitono sotto, in fa minore.
Beirach racconta che in quel momento decide di non pensare più a nulla: dimentica gli schemi, lo sviluppo melodico, e cerca solo di “dare fuoco al pianoforte”.
Durante tutto il suo assolo, Stitt lo guarda fisso negli occhi.
Quando arriva il turno di Stitt, continua a suonare senza mai distogliere lo sguardo da lui.
Alla fine del brano, si avvicina e gli dice semplicemente: “You’re cool, great guy.”
Subito dopo, Getz gli racconta che Stitt aveva fatto la stessa cosa con lui anni prima, chiamando Cherokee in si, un’altra tonalità estremamente impegnativa.
Beirach conclude con una riflessione molto importante: lui non si permetterebbe mai di mettere in difficoltà un musicista invitato sul palco. Quando inviti qualcuno, lo fai per creare musica insieme, per farlo stare bene, per costruire qualcosa di condiviso.
Ma per quella generazione di jazzisti, questo era anche un modo per capire chi avevano davanti, per “accettarti” nel loro mondo.
Massimo Urbani rappresenta un’altra forma, ancora più radicale, di immersione totale nel linguaggio del bebop.

Un aneddoto raccontato dal pianista e vibrafonista Puccio Sboto lo descrive perfettamente.
All’inizio degli anni Settanta, durante una prova su palco di Woody’n You di Dizzy Gillespie, un brano complesso per via della sua progressione armonica, Sboto a un certo punto sente un suono di sax talmente vicino a quello di Charlie Parker da pensare quasi di avere un’allucinazione.
Continua a suonare, ma quel suono torna. Si ferma, si avvicina al bordo del palco e vede un ragazzino, un po’ cicciottello, che sta suonando.
Quel ragazzo era Massimo Urbani.
Sboto gli chiede: “Ma tu chi sei?”
E lui risponde: “Sono Massimo Urbani. Ho sentito gli accordi… sono molto belli.”
Sboto gli dice: “Non sono miei, sono gli accordi che suonavano loro.”
Poi gli chiede: “Ma dove hai imparato a suonare il sax?”
E Urbani risponde: “Io non suono il sassofono. Suono Charlie Parker.”
Sboto insiste: “Sì, ma dove hai imparato?”
E lui: “A casa. Mio padre ha i dischi di Charlie Parker.”
“Tuo padre è un musicista?”
“No. Mio padre è un infermiere.”
Questo scambio racconta tutto. Urbani non cercava solo di studiare Parker. Cercava di diventarlo.
Ed è proprio in questa identificazione totale che si trova la forza, ma anche il rischio del suo percorso.
Se Stitt rappresenta una figura che, pur attraversando momenti molto difficili, è riuscita a ritrovare un equilibrio nel tempo, Urbani rappresenta una traiettoria più breve, più intensa, più esposta.
Mettere in dialogo Sonny Stitt e Massimo Urbani significa quindi confrontare due modi diversi di vivere il bebop: uno costruito sulla solidità e sulla continuità, l’altro sull’urgenza e sull’identificazione totale.
Durante la conferenza concerto, questi aspetti verranno esplorati attraverso esempi musicali, ascolti guidati e performance dal vivo, cercando di restituire non solo un linguaggio, ma anche il modo in cui questo linguaggio è stato vissuto.
Per prenotazioni e informazioni: https://iicbruxelles.esteri.it/it/gli_eventi/calendario/mercoledi-in-jazz-il-linguaggio-bebop/